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Salgari, Emilio / La favorita del Mahdi
(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)












EMILIO SALGARI


LA

FAVORITA DEL MAHDI




PARTE PRIMA

Greci e Arabi

PARTE SECONDA

L'insurrezione del Sudan

PARTE TERZA

Il Mahdi


MILANO

CASA EDITRICE BIETTI

1911





PROPRIETÀ LETTERARIA


_Tipografia Casa Editrice Bietti--Milano_






LA FAVORITA DEL MAHDI



PARTE PRIMA.

Greci e Arabi




CAPITOLO I.--Il Fidanzato di Elenka.


Era la sera del 4 Settembre 1883. Il sole equatoriale, rosso rosso,
scendeva rapidamente verso le aride e dirupate montagne di Mantara,
illuminando vagamente le grandi foreste di palme e di tamarindi e le
coniche capanne di Machmudiech, povero villaggio sudanese, situato
sulla riva destra del maestoso Bahr-el-Abiad o Nilo Bianco, a meno di
quaranta miglia a sud di Chartum.

Da ogni parte dell'orizzonte accorrevano bande di superbe antilopi e
di sciacalli che venivano a dissetarsi sulle poetiche sponde del
fiume, e nell'aria svolazzavano arditamente schiere di fenicotteri
dalle penne rosee e le estremità delle ali fiammeggianti, schiere di
ibis sacre che calavan sulle foglie arrotondate e galleggianti del
_loto_, e file di grossi pellicani che s'appiattavano fra i canneti,
cacciando i pesci.

Sul molo e per le viuzze del villaggio, Negri, Arabi e Turchi,
andavano e venivano rumorosamente, gli uni affacendati a scaricare
cammelli e asini, altri a condurre mandrie di buoi tigrati e di
cammelle ai pozzi, e altri ancora a tirar a secco le barche o a
disarmarle. Per ogni dove si udivano monotone canzoni accompagnate dal
suono del tamburello, che gli echi delle foreste ripercotevano: un
salmodiare di versetti dell'Alcorano, un muggito di animali, uno
sbattere di remi, un chiamarsi, un salutarsi e al disopra di tutti
quei rumori la voce nasale del _muezzin_ che dall'alto dell'esile
minareto, colla faccia rivolta verso la Mecca, gridava:

--_La Allàh ila Allàh_ (Non è Dio fuor di Dio) _Mahàmmed rosul Allàh_
(Maometto è l'apostolo di Dio).

La preghiera del _muezzin_ era appena terminata, quando una barca
partita dalla riva opposta, venne ad arenarsi dinanzi al Machmudiech.
Un ufficiale egiziano che era a prua, scambiate alcune parole coi
battellieri e gettati loro alcuni _parà_ (centesimi) saltò lestamente
a terra salendo la erta sponda.

Era questi un bel giovinotto sui venticinque o ventisei anni, alto di
statura, di forme snelle, eleganti ed insieme vigorose. Il colorito
della sua pelle era d'un bronzo alquanto carico con riflessi rossigni,
la faccia piacevolissima, maschia, ardita, con due occhi che
brillavano d'un fuoco selvaggio e d'indomita fierezza e lunghi baffi
neri. Appena ch'ebbe posto piede sul molo, guardò a dritta e a manca
come cercasse qualcuno, poi si avvicinò ad un soldato egiziano, che
deposto il fucile contro un muricciuolo diroccato, filava del canape
nè più nè meno di una donna:

--Hai veduto il luogotenente Notis Cayma? gli chiese con voce brusca.

--Mi sembra d'averlo scorto, rispose il soldato, pigliando rapidamente
il fucile e salutando.

--Dov'è andato?

--L'ignoro.

L'ufficiale stette alcuni istanti silenzioso guardando la corrente del
fiume e le barche che la solcavano, poi tornò a chiedere:

--Dove trovasi il tenente Oòseir?

--È seduto laggiù sotto quella _rekuba_ (tettoia) che beve il
_narghiléh_[1].

[1] _Bere il narghiléh_ significa fumare col narghiléh, ossia colla
pipa.

L'ufficiale girò sui talloni e si allontanò, camminando colla libera
eleganza degli animali selvaggi e colla nobiltà che è tutta propria
delle nazioni arabe. Attraversò con fatica le linee dei cammelli
inginocchiati sulla via carichi di gomma, d'avorio e di maiz, e si
arrestò dinanzi ad una _rekuba_ sotto la quale fumava beatamente un
_basci-bozuk_.

--_Es-selàm âlekom_, Oòseir (la salute sia con te) disse l'ufficiale.

Il _basci-bozuk_, che volgevagli le spalle, si alzò prontamente,
fissando su lui due occhi verdi come quelli d'una iena.

--Ah! sei tu Abd-el-Kerim! esclamò. Come mai ti trovi qui? Hai da
raccontarmi qualche battaglia avvenuta con quei cani del _Mahdi_?

--Niente affatto, Oòseir, rispose Abd-el-Kerim. Cerco il greco Notis.

--Tuo cognato?

--Non corriamo tanto, amico mio, disse Abd-el-Kerim, sorridendo. Non
lo è ancora.

--Ma lo diverrà.

--Se Allàh (Dio) e il Profeta lo vorranno... L'hai veduto tu, Notis?

--È arrivato dieci minuti or sono, e sorseggia il caffè laggiù in quel
_tugul_.

--Andiamo da lui.

L'arabo e il _basci-bozuk_, l'uno a fianco dell'altro presero la via
che conduceva al caffè del villaggio.

--Come sei con Elenka? chiese Oòseir.

--Sempre in buona relazione, rispose Abd-el Kerim, con tono alquanto
freddo.

--Sei un uomo assai fortunato.

--Può essere.

--La sorella di Notis è una ragazza seducente, la più bella che si
possa trovare in tutta la Nubia e in tutto il Sudan, tanto ammirabile
che tenterebbe anche il Profeta se fosse ancora vivo.

--Sì, bella, superba, forse troppo superba e troppo terribile.

--E l'ami molto, tu?

--Come può amare un arabo.

--È troppo poco Abd-el-Kerim.

--A me sembra sufficiente, Oòseir.

--Mi sembri un po' freddo, oggi. Una volta parlavi con più fuoco. C'è
pericolo che la lontananza e la vita del campo abbiano a spezzare il
nodo?

--Non lo credo, rispose l'arabo quasi di cattivo umore. Elenka è
sempre radicata nel mio cuore. Eppoi chi ardirebbe romperla con quella
creatura? È una greca, ma una greca terribile.

--Deve esserti costato assai, conquistare il cuore di quella superba
donna che disprezzò l'amore di pascià e di _mudir_ (governatori)

--Per conquistarla mi fece soffrire due anni, e soffrire a segno che
credetti d'impazzire. Mi disprezzò, mi derise atrocemente, mi dilaniò
il cuore, poi ebbe pietà di me, si mostrò meno superba e meno feroce e
finì per amarmi. Aveva vinto la greca, ma assai a caro prezzo.

L'arabo si passò la mano sulla fronte e sospirò.

--Ecco il caffè, disse Oòseir, arrestandosi.

Erano giunti dinanzi ad una grande capanna colle mura di mattoni cotti
al sole, diroccate e col tetto acuminato coperto di _ghérsc_ o paglia
durissima.

Vi entrarono. Era occupato da una ventina di persone, parte Arabi,
parte Nubiani e parte Sennaresi avvolti, nonostante il caldo, in
candide _farde_ o in grandi _taub_ (mantelli) orlati di rosso. Alcuni
erano sdraiati su tappeti scolorati e sfilacciati e fumavano
silenziosamente nei loro _scibouk_ di terra cotta e dorata; altri
erano seduti su panche primitive o su vasi rovesciati e bevevano il
_merissak_, specie di birra fatta con maiz fermentato, o
centellinavano con voluttà sibaritica del vero moka fumante racchiuso
in _fiugiàn_ o vasetti senza manico.

In un canto, su di un _angareb_ coperto di stuoie dipinte, stava
sdraiato un greco di media statura dalla pelle chiara, occhi castani e
grandi e una gran barba nera e ispida. Appena che scorse i due
ufficiali scattò in piedi, movendo loro incontro.

--Olà! Abd-el-Kerim! gridò, gaiamente.

--Ah! sei tu, Notis! esclamò l'arabo stringendo vigorosamente la mano
che l'altro gli tendeva.

--Avevo paura che tu non mi venissi incontro. Ira di Dio! Posso
chiamarmi ancora fortunato.

--Avesti torto di supporre che non sarei venuto. Quanto tempo è che
sei arrivato?

--Può essere una mezz'ora che ho lasciata la _dahabiad_ (barca) di
quel birbone d'Ibrahim. Ah! che viaggio noioso, amico mio! Sono
arrostito nè più nè meno d'un montone. Come va, Oòseir?

--Come la può andare ad un uomo che fuma ed ozia tutto il giorno,
rispose il _basci-bozuk_.

--Voi nei villaggi state sempre bene. Ehi! _wadgi_ (caffettiere)
portaci un vaso di _merissak_.

Il _basci-bozuk_ e l'arabo si sedettero e tracannarono parecchie tazze
di birra recate dal _wadgi_.

--Ebbene, Abd-el-Kerim, chiese Notis, come mai non mi chiedi nulla di
mia sorella Elenka? Avresti, per caso, dimenticata la fidanzata?

L'arabo trasalì leggermente e sulla sua fronte si disegnò una ruga.

--Ah! perdona, Notis, rispose egli. La tua presenza, la gioia di
rivederti, me l'avevano fatta dimenticare. Come sta la mia bella
fidanzata?

--Ti porto, innanzi tutto, un monte di saluti e una botte di proteste
amorose, disse Notis ridendo. La piccina sta sempre bene, ma smania
dalla voglia di rivederti e ha sempre paura che tu la dimentichi o che
una disgraziata palla ti colga.

--Ha torto di temere che io l'abbandoni. Dal primo dì che la vidi
sempre l'amai e spero ritornare da lei fedele.

--Tu sai già come sono le donne che amano, e quando queste donne sono
greche. Sono sempre gelose di tutti e di tutto, gelose persino del
sole, dell'aria, della luce.

--Povera Elenka, mormorò l'arabo. Se il Profeta mi conserverà in vita,
la farò... felice.

La sua fronte s'abbuiò e la fiamma vivace che brillavagli negli occhi
si spense.

--Hai qualche funesto presentimento, Abd-el-Kerim? chiese il greco
celiando.

--No, e spero di non averne mai. Sono fatalista come quelli della mia
razza, e ciò basta per tranquillarmi anche nei più terribili momenti.

«Cambiando discorso, che si fa a Hossanieh?

--Si ozia sempre. Dhafar pascià senza i rinforzi che devono venire da
Chartum non si metterà in campagna. Manchiamo totalmente di
artiglierie e tu sai che senza queste non si possono affrontare i
ribelli.

--Temo che i rinforzi arrivino molto tardi. La spedizione di Hicks
pascià costò dodici milioni ed ora le casse sono vuote. E che nuove
dal Sudan?

--Sempre tristi, Notis. Il _Mahdi_ è più forte che mai e non so come
lo vinceremo.

--Bah! fe' il greco, alzando le spalle. Non dò due mesi di vita a quel
falso profeta. Aspetta che veniamo alle mani colle sue orde e tu le
vedrai squagliarsi come neve al sole.

--Non illudiamoci, Notis, e non disprezziamo troppo quegli insorti che
l'anno scorso hanno schiacciato completamente 8000 Egiziani di Yussif
pascià e che hanno espugnato El-Obeid. Credi a me, abbiamo un osso
duro da rodere.

--Ma coi cannoni e coi remingtons lo si roderà.

--Gli Egiziani hanno paura del _Mahdi_ e dei suoi terribili guerrieri.

--Eh! via! Siamo in molti e bene armati.

--Ma disorganizzati. Allàh non voglia che noi abbiamo ad essere vinti:
se veniamo rotti, neppure uno rientrerà in Chartum, te lo dico io,
Notis. Non si darà quartiere a nessuno, nemmeno ai feriti.

--Abbiamo Hicks pascià che ci guida, Abd-el-Kerim.

--Peggio che peggio. Questi Inglesi non sono ben visti dagli Egiziani,
la maggior parte dei quali ben si ricordano del bombardamento
d'Alessandria e dell'eroico Arabi pascià. E poi, che conoscenza hanno
del Sudan, gl'Inglesi?

--E Aladin pascià, non lo conti?

--Aladin è un comandante sottoposto agli ordini dell'inglese e dovrà
curvare il capo per forza.

--A ogni modo si vedrà.

--E a Chartum che si dice della insurrezione? chiese Oòseir.

--Si ha paura che non la si possa domare, rispose Notis. Eppoi vi sono
molti abitanti che parteggiano per il _Mahdi_, credendo realmente che
egli sia l'inviato di Dio.

--Di già?

--Eh! fe' il greco, alzando una mano e facendo schioccar le dita. Vi
sono in città dei partigiani del ribelle, i quali fanno proseliti su
larga scala.

--Quel cane di Mohamed Ahmed è fortunato.

--E anche un grand'uomo, disse Abd-el-Kerim.

--Zitto, dissero improvvisamente alcuni arabi.

--Che c'è? chiese Notis, stizzito da quell'intimazione.

--Udite?...

Al di fuori si suonava un cembalo e tratto tratto s'udivano fragorosi
battimani uniti alle grida di:

--Viva l'_almea_!

--Che succede? domando Oòseir, alzandosi.

--Pare che s'avvicini qualche _almea_, rispose Abd-el-Kerim. Stiamo
qui che verrà a danzare.

--Se la popolazione applaude, deve essere una celebre _almea_, osservò
Notis.

--È Fathma, la più bella danzatrice del Sudan, disse un arabo.

Il suono del cembalo s'avvicinava e si arrestò dinanzi alla porta del
caffè. S'udì un fruscio di vesti di seta e un istante dopo una donna
entrava nella stanza. I tre ufficiali saltarono in piedi mandando un
grido d'ammirazione e di sorpresa.

La donna che entrava era una creatura di bellezza straordinaria,
irresistibile, una di quelle creature nelle quali sembra che Dio abbia
voluto dare un saggio della forza di bellezza, di seduzione e di
incanto a cui può arrivare una donna. Poteva avere appena vent'anni,
alta, robusta, vivace, dalle forme voluttuosamente tondeggianti e
stupendamente sviluppate.

Era di colorito bruno, ma di un bruno caldo, con una testa superba,
con grandi occhi neri, tagliati a mandorla, vivi, scintillanti come
neri diamanti, sormontati da folte sopracciglia arcuate, labbra
coralline, carnose, procaci che lasciavan vedere i candidi denti, che
parevan purissime perle. Dal rosso _tarbusch_ scendevano fluttuanti e
profumati capelli che ricadevano come vellutato mantello sulle robuste
spalle, tutti cosparsi di monetucce d'oro.

Vestiva una leggera gonnella di seta azzurra, ornata di frange d'oro,
stretta mollemente sotto il petto da una ricca cintura tempestata di
stellette d'argento e scendente fino ai calzoncini bianchi che le
coprivano le gambe; un giubbettino rosso le racchiudeva armonicamente
il turgido seno, e nascondeva i nudi e piccoli piedi in babbuccie di
marocchino giallo. Gran copia di aurei cerchietti d'oro le rifulgevan
attorno alle ignude, bellissime e tondeggianti braccia.

--Ah! l'ammirabile _almea_! esclamò Notis.

Infatti quella stupenda donna era un'_almea_ araba. Le _almee_, sono
danzatrici e cantanti sparse per l'Egitto e pel Sudan, che per la loro
coltura e studiata grazia si considerano come il fiore delle donne
egiziane. Esse conoscono le regole della poesia e sanno improvvisare e
comporre canzonette e balli a seconda delle circostanze e prendono
parte a tutte le adunanze di giocondità e a tutti i festini in cui
esse sono sempre il principale ornamento. Formano la delizia delle
giovani donne degli _harem_, alle quali insegnano tutte le _moal_ o
elegie che sanno, raccontano storie galanti o danno lezioni di ballo;
assistono alle pompe matrimoniali precedendo il corteggio della sposa
e seguono persino i funerali cantando _moal_ lamentevoli, piangendo e
dimostrando un tal dolore che qualcuno potrebbe credere che facciano
ciò da senno e di cuore anzichè indotte dal prezzo della mercede.

L'_almea_, entrata nel caffè, dopo di aver salutato gli astanti con un
sorriso affascinante e d'aver dispensato baci colla punta delle sue
manine, s'avvolse in un azzurro velo.

Quasi subito entrò un giovane schiavo munito di un cembalo. Egli si
assise in un canto e, dopo di aver suonato per qualche minuto, gridò:

--Nahbè ia (ecco l'ape!).

L'_almea_ che aveva di già cominciato a danzare con brevi passi e
flessuosi molleggiamenti sui fianchi facendo ondeggiare graziosamente
il velo e tintinnare i cerchietti d'oro delle braccia, a quel grido si
era subitamente arrestata, guardandosi attorno con profondo terrore.

--Ah! esclamò Notis. Eseguisce la danza dell'ape. Sta attento,
Abd-el-Kerim, che merita di essere veduta.

L'arabo non lo udì nemmeno. Colla testa stretta fra le mani e i gomiti
appoggiati sul tavolo, egli fissava l'_almea_ con due occhi
fiammeggianti. La sua faccia era visibilmente alterata, le sue labbra
di quando in quando fremevano e grosse gocce di sudore scorrevangli
sull'ampia fronte. Non respirava quasi più; lo si avrebbe detto
pietrificato.

L'_almea_ s'era messa allora ad agitare le braccia come cercasse di
respingere l'ape che voleva punzecchiarla, atteggiando il suo superbo
volto ad una grande angoscia, ed agitava il leggero velo azzurro con
una varietà di movenze voluttuose. Talvolta si soffermava come
spossata e i suoi occhi, che scintillavano d'un fuoco strano,
selvaggio, si portavano su Abd-el-Kerim, il quale trasaliva come gli
penetrassero in fondo all'anima.

La lotta contro la supposta ape durò per un buon quarto d'ora animata
dall'incessante suono del cembalo, poi l'_almea_ s'arrestò angosciata
e smarrita, gettando un grido acuto di dolore. L'ape apparentemente le
era penetrata fra le vesti e le faceva sentire l'acuto suo
pungiglione.

Essa cercò di liberarsene, poi con movenze agili, vertiginose si mise
a rigirare su sè stessa, abbandonandosi spossata fra le braccia dello
schiavo.

Gli astanti scoppiarono in un grande applauso.

--Ira di Dio! esclamò il greco, battendo fortemente il pugno sul
tavolo. Non ho mai visto una donna simile! È superba come un urì!

Abd-el-Kerim rialzò il capo, le sue mani si raggrinzarono rigando
colle unghie la pelle dell'_angareb_ e lanciò una torva occhiata sul
greco.

--Lui! mormorò.

L'_almea_ si era avvicinata a loro tendendo le mani. Abd-el-Kerim
trasse una manata di piastre e gliele porse. Il sorriso che ne ebbe lo
sconvolse.

Notis li guardò entrambi con sorpresa e sentì una ondata di sangue
montargli alla testa nel sorprendere lo sguardo che si scambiarono e
al sospetto che gli balenò in mente.

--Come ti chiami bell'_almea_? chiese egli sardonicamente.

--Fathma, rispose con nobile alterigia, la danzatrice.

--Tu sei bella! esclamò Oòseir, alzandosi. Tanto bella che io voglio
posare le mie labbra sulle tue.

L'_almea_ si trasse indietro. I suoi occhi s'infiammarono per l'ira e
lo sdegno.

--Non toccarmi, diss'ella con tono di minaccia. Vi sono pugnali capaci
di forare il petto anche a un _basci-bozuk_.

Volse bruscamente le spalle ed uscì dal caffè seguita dallo schiavo.
Oòseir fe' atto di slanciarsi dietro a lei, ma due mani di ferro lo
curvarono sull'_angareb_.

--Non muoverti, gli disse Abd-el-Kerim gravemente.

--Che ti salta in capo? chiese il _basci-bozuk_ irritato.

--Non muoverti, ti ripeto.

--È forse la tua amante?

Il greco si levò coi capelli irti, guardando fissamente l'arabo.

--Tua amante! esclamò con voce strozzata. Ed Elenka? E mia sorella?

--Non aver paura, Notis, disse Abd-el-Kerim, pacatamente. È la prima
volta che io vedo quella donna e sono incapace di tradire la mia
fidanzata.

--Posso crederti?

--Lo devi credere.

--E allora, che importa a te se io voglio baciarla? chiese Oòseir.

L'arabo si tacque, non sapendo certamente che cosa rispondere.

--Hai forse paura che quell'_almea_ mi pugnali.

--Ne sarebbe capace, disse un sennarese, che fumava lì vicino.

--La conosci tu? chiese Notis, con vivacità. Dove abita?

--Non so chi sia. È giunta a Machmudiech due giorni fa e si è subito
fatta temere. Un barcaiuolo che voleva abbracciarla fu da essa
pugnalato e precipitato nel Bahr-el-Abiad.

--È una jena quest'_almea_?

--Forse peggio, rispose il sennarese.

--E dove credi che sia andata ora? domandò Oòseir.

--Ho veduto di fuori il suo cammello. Deve essere partita in direzione
di Hossanieh, giacchè parlava di volersi recare al campo egiziano.

Abd-el-Kerim che aveva prestato molta attenzione a quelle risposte, si
levò in piedi come spinto da una molla.

--È notte diss'egli, con voce leggermente alterata.

--E che importa! esclamò Oòseir.

--Abbiamo da percorrere molta via prima di giungere a Hossanieh.

--Non avete dei _mahari_?

--I _mahari_ non impediscono alle fiere di uscire dai loro covi.
Andiamo, Notis, andiamo.

--Hai ragione, Abd-el-Kerim, rispose il greco alzandosi.

Gettarono una manata di _parà_ al _wadgi_, cinsero le scimitarre che
avevano deposte in un angolo e strinsero la mano al _basci-bozuk_.

--Addio, Oòseir, disse l'arabo.

--Buona fortuna, amici miei, rispose il _basci-bozuk_. Che Allàh e il
Profeta tengano lontani i leoni e le iene.

Arabo e greco salutarono gli astanti e uscirono dal caffè.




CAPITOLO II.--L'almea.


Le tenebre allora erano calate. Al nord, sulla cima delle creste del
monte Auli, appariva la luna la quale vedevasi spandere un incerto
chiarore al di sopra delle oscure boscaglie del Gemanje, e in cielo
salivano le stelle che riflettevansi vagamente sull'azzurra e placida
corrente del Bahr-el-Abiad. Alcuni Sennaresi ed alcuni Arabi
gironzavano ancora o sedevano in mezzo alle vie o a ridosso ai
muricciuoli delle capanne, fumando nel _scibouk_ o nei _narghilèh_.

I due ufficiali scesero verso la riva presso la quale galeggiava una
_dahabiad_ a sei remi montata da alcuni barcaiuoli. Vi entrarono e si
fecero traghettare alla sponda opposta, sbarcando ai piedi delle
foreste, i cui rami giganteschi e fronzuti si curvavano graziosamente
sulle acque.

--Dove sono i cammelli? chiese Notis.

--A cinquecento passi da qui, rispose Abd-el-Kerim, distrattamente.

--Hai preso con te il mio schiavo Takir?

--No, l'ho lasciato al campo onde preparasse la tua tenda.

--Allora chi li guarda? Se tu gli hai lasciati soli non so se li
troveremo ancora. Gli Arabi, amico mio, non sono fiori di
galantuomini.

--Non aver timori, Notis. Gli ho affidati ad un sudanese di mia
conoscenza.

S'arrampicarono sulla riva che veniva giù quasi a picco, tutta
cosparsa di canneti e di enormi radici che s'intrecciavano
confusamente le une colle altre e s'internarono sotto le oscure vôlte
della foresta. Notis prese un sentieruzzo appena appena visibile, ed
Abd-el-Kerim gli si mise dietro in silenzio e colla fronte aggrottata,
come se un grave pensiero lo tormentasse.

Quanto il greco procedeva con passo spedito, altrettanto l'arabo
camminava lento e come svogliato. Anzi quest'ultimo di tratto in
tratto si fermava, voltavasi indietro e mirava con occhio triste e
cupo le rive del fiume e i dintorni, tendendo attentamente l'orecchio.

Dopo una ventina di minuti, il greco scorse, semituffato fra le
piante, una _zeribak_, specie di recinto formato da pali nei quali si
radunano usualmente gli armenti per proteggerli contro gli assalti
delle bestie feroci. Egli si arrestò, armando per precauzione il suo
revolver.

--Olà, Abd-el-Kerim, dove siamo noi? chiese egli.

L'arabo che era lontano, non l'udì e per conseguenza non rispose.
Notis si volse indietro e lo vide fermo in mezzo al sentiero che
guardava fissamente le rive del Bahr-el-Abiad.

--Che può avere Abd-el-Kerim? mormorò egli. Poco fa, quando gli parlai
di mia sorella era diventato gaio e pareva felice. Come ora è
diventato triste? Si direbbe che ha lasciato qualche cosa a
Machmudiech... si direbbe che s'allontana a malincuore.

Egli tornò indietro in punta di piedi e osservò minutamente il
compagno. S'accorse che aveva gli occhi rivolti al villaggio e
precisamente verso il caffè. Fece un gesto di sorpresa e fors'anco
d'impazienza.

--Oh!... esclamò egli.

Uno strano lampo guizzò nei suoi neri occhi. Quasi nel medesimo
istante Abd el-Kerim si volse. La sua faccia si alterò, atteggiandosi
a meraviglia e a dispetto.

--Che vuoi, Notis? chiese egli colla maggior calma del mondo.

--Ho veduto una _zeribak_, rispose il greco con egual tranquillità.

--Non temere, che è quella del sudanese. Là vi sono i nostri _mahari_.

Notis non si mosse; aspettò che egli fosse vicino, poi gli chiese
bruscamente.

--Che hai Abd-el-Kerim?

L'arabo lo guardò come cercasse leggergli negli occhi lo scopo di
quella domanda.

--Tu guardavi fisso fisso Machmudiech, continuò Notis quasi
distrattamente. Perchè?

--Bah! per curiosità.

--Ti dispiacerebbe per caso allontanarti da quel villaggio?

--Perchè, e l'arabo lo guardò ancor più attentamente e con sospetto.

--Non so, mi pareva...

--Non ho alcuna cosa che m'interessi a Machmudiech. Tiriamo innanzi,
Notis, che è tardi. Dobbiamo fare più di 40 miglia per giungere a
Hossanieh.

Essi si rimisero in cammino e giunsero vicini alla _zeribak_, in mezzo
alla quale vedevansi sorgere due lunghe aste sostenenti uno stracciato
vessillo egiziano.

Al primo fischio che mandò Abd-el-Kerim, un sudanese uscì, abbigliato
con una semplice _farda_ bianca gettata graziosamente su di una spalla
e d'un _tarabisc_ rosso sul capo.

--I _mahari_? chiese brevemente l'ufficiale.

--Sono pronti.

Entrarono nella _zeribak_, in mezzo alla quale stavano inginocchiati i
due animali. Questi _mahari_ o _hadjin_, meglio conosciuti per
dromedari, sono cammelli riservati per le corse, docili come cani, più
intelligenti dei cavalli, più sobri e più pazienti dei _djemel_ o
cammelli comuni, dal portamento nobile, altero, e che alla menoma
pressione della guida legata all'anello incastrato nelle nari, vanno
rapidi come il vento percorrendo persino settanta miglia al giorno.
S'accontentano di un nulla, d'un pezzo di pane, d'un pugno d'orzo o di
datteri o di un fastello d'erbe secche e spinose, e son felici quando
l'arabo lascia a loro aspirare il fumo del _scibouk_ prima che passi
dalla cannuccia e doppiamente felici d'una parola affettuosa, d'una
semplice carezza.

Il sudanese li aveva già insellati, accomodando sulla loro gobba una
sella di pelle di montone cava nel mezzo e fornita dinanzi e di dietro
di un pezzo di legno rotondo, posto orizzontalmente, che serve di
appoggio al cavaliere, e appendendo ai loro fianchi i fucili
remingtons, le borse di cuoio e le otri contenenti il cibo o l'acqua,
viveri indispensabili in Africa, dove le città sono rarissime e i
villaggi assai scarsi.

Nel mentre che il greco esaminava le cinghie della sua cavalcatura,
Abd-el-Kerim con un cenno impercettibile chiamava a sè il sudanese.

--Hai veduto passare alcuno? chiese rapidamente e sotto voce.

--Sì, disse il sudanese.

--Chi?

--Due persone su di un _mahari_ dal mantello fosco.

--Erano?...

--L'ignoro, ma una pareami una donna.

Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra,
s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.

--In sella Notis, diss'egli.

I due ufficiali fecero inginocchiare i _mahari_ emettendo un semplice
_khh! khh!_ sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle
gambe incrociate.

--Allàh vi guardi, disse il sudanese,

--_Ih! ih!_ gridò Notis.

I due _mahari_, obbedienti al segnale, uscirono dalla _zeribak_ e
partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un
lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda,
andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede
sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse
prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori
alle reni che si pestano e pare che si spezzino.

L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la
foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero
quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di
tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta
sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida;
le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse
squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di
trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte
come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della
preziosa gomma che trasuda; le palme _deleb_ coi fusti rigonfi nel
mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come
serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami
formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.

I _mahari_ eccitati dalla correggia dei cavalieri, che serve nel
medesimo tempo di frusta, in meno di quindici minuti attraversarono la
foresta, la quale stendesi in lunghezza, sì a destra che a sinistra
del Bahr-el-Abiad, da Chartum fino ad Machadat Abu Zet, su due miglia
o poco più di larghezza. Sbucati nelle grandi e aride pianure di
Gemaije, animate solo da qualche gruppo di palme, da qualche acacia
tisica e da miserabili _tugul_ o capanne, allungarono il passo filando
come giganteschi e silenziosi fantasmi verso gli ondulati terreni del
sud, in direzione d'Hossanieh.

Notis che galoppava a pochi passi di distanza da Abd-el-Kerim,
s'avvide subito che questi dava segni strani d'inquietudine della
quale non sapeva ancora indovinare la cagione. Lo vedeva spesso
rizzarsi in sella come volesse abbracciare maggiore orizzonte,
spingere lo sguardo a destra, a manca e dinanzi, e talvolta fare un
gesto quasi di scoraggiamento e di stizza. Più volte lo vide portare
ambe le mani agli orecchi e piegarsi verso terra come uno che cerchi
raccogliere qualche lontano rumore.

--Che mai può avere? andava chiedendosi il greco tormentando la
correggia del _mahari_ e figgendo sempre gli occhi addosso al
compagno. Si vede che ha qualcosa che lo preoccupa ma cerca di
nascondermelo. Quegli occhi fissi sul villaggio, anzi sul caffè,
proprio in quel medesimo luogo ove danzò.... Potrebbe essere vero?...

Un terribile sospetto balenò nella mente di lui, sospetto che gli fe'
gelare il sangue nelle vene e montare, nel medesimo tempo, una fiamma
in viso. Un truce e sinistro lampo animò i suoi occhi che s'accesero
come due carboni.

--Ah!... mormorò egli.

Trasse dalla sua borsa un pizzico di tabacco, lo arrotolò in un
fogliolino di carta, ne formò una sigaretta che accese, malgrado la
rapidità vertiginosa del _mahari_, mandò in aria tre o quattro boccate
di fumo, e volgendosi verso Abd-el-Kerim:

--A che pensi cognato mio? gli chiese, affettando la massima
noncuranza.

--A mille cose, rispose l'arabo.

--Tu pensi a mia sorella Elenka, Abd-el-Kerim, te lo dirò io.

L'arabo stette un momento muto, come non avesse capito.

--Non puoi ingannarti, rispose di poi. La fiamma che nasce nel cuore,
non si spegne neanche in sogno.

--Ed io sai a chi penso?

--Leggere il pensiero dell'uomo non è dato che ad Allah e al suo
profeta.

--Penso a quell'adorabile _almea_ che vidi danzare a Machmudiech.

Sulla bruna pelle dell'arabo passò un fremito.

--A Fathma, articolò sordamente egli.

--Sì, a Fathma. Come la trovasti tu?

--Mi pareva avere dinanzi...

Voleva aggiungere una _uri_ di Maometto, ma le parole gli morirono
sulle labbra.

--Una bella donna, vuoi dire.

--Presso a poco. E come mai tu pensi a lei?

--Perchè?... Credo di non dir troppo, se ti confesso che i suoi occhi
mi hanno affascinato e che la sua voce mi toccò il cuore.

Se fosse stato giorno Notis avrebbe potuto vedere le labbra dell'arabo
contrarsi e la sua faccia diventare cinerea.

--Ah!... si sforzò di dire Abd-el-Kerim.

«Quella creatura ti ha morso il cuore?

--Di' invece che vi ha gettato una scintilla dentro.

--E questa scintilla sarebbe?

--D'amore.

L'arabo diede un sì violento strappo alla correggia che il _mahari_ fu
forzato ad alzare la testa. Notis se ne accorse.

--Che diavolo hai Abd-el-Kerim?

--Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un
sasso.

--Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi
terreni.

La conversazione finì li. I due _mahari_ che avevano per un istante
rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e
discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni
_alfèh_, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.

La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche
torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est
dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e
all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali
giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.

A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per
rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando
in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.

Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.

--Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.

--Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.

--Può essere qualcuno che corre un pericolo.

--E può essere stato anche un cacciatore.

--È impossibile.

--E perchè di grazia? M'hanno detto che in queste contrade amano
cacciare il leone e tu sai meglio di me che quest'animale non si
caccia che di notte.

--Tuttavia...

--Aggiungi che siamo in un paese sollevato a rivolta e che le spie dei
ribelli non di rado vengono a ronzare attorno agli accampamenti
egiziani. Lascia Abd-el-Kerim, che colui che tirò la moschettata si
appicchi.

L'arabo non rispose, però eccitò il _mahari_ e si sollevò maggiormente
guardando innanzi a sè. Fu appunto elevandosi che scorse un'ombra
giallastra galoppare furiosamente per la pianura.

--Oh! oh! Sta in guardia, Notis, che abbiamo un leone vicino,
diss'egli.

--Quando è così, credo che faremo bene ad armare i remingtons. Spero
che il signore del deserto non ardirà d'assalirci. Eh!...

Una seconda detonazione risuonò in lontananza, poi una terza un
momento dopo.

--Ah! Notis, non è un cacciatore! esclamò Abd-el-Kerim. Te lo dico io.

--Hai delle idee strane, quest'oggi. Ti commuovi per due o tre
fucilate!

--Abbiamo dinanzi a noi un _mahari_, Notis.

--Ebbene, e che vuol dir questo?

--Non sai... lo monta una donna, un uri...

--Chi? Chi?...

--È Fathma!

--Il mio amore! Vola, Abd-el-Kerim! Accorriamo!

La faccia dell'arabo si sconvolse trucemente a quelle esclamazioni,
però non disse parola alcuna, Montò il remington e sferzò il cammello
curvandosi in sella.

I due _mahari_ partirono come il vento e salirono una collina che
impediva di scorgere la sottostante pianura. Un quarto colpo di fucile
ruppe il silenzio della notte e così vicino, da credere che colui che
l'aveva esploso fosse appena a un cinquecento metri dalle alture.

Quasi subito s'udì un terribile grido:

--Aiuto!... Aiuto!...

--Ah! qual voce! esclamò Abd-el-Kerim, Corri Notis, corri!

Giunsero sulla cima della collina, e di là videro rovesciati in mezzo
alla pianura un cammello e un uomo che si dibattevano disperatamente
fra le sabbie, e a pochi passi da loro una donna, la quale mirava un
gigantesco leone che volteggiavale vertiginosamente attorno con salti
mostruosi.

--Notis!... È Fathma! gridò Abd-el-Kerim.

Con un salto da tigre si precipitò di sella, s'inginocchiò e puntò il
remington. Il colpo partì. Il leone ferito alla testa fece un balzo di
quindici piedi, gettando uno spaventevole ruggito.

S'arrestò colla criniera irta che lo faceva parere due volte più
grosso. Sfuggì alle moschettate di Notis e di Fathma e s'avventò
contro l'arabo che aveva tratto l'_jatagan_.

L'urto fu terribile. Uomo e leone caddero al suolo, l'uno gettando
urla selvaggie e l'altro ruggendo orrendamente.

Notis volò coraggiosamente in aiuto di Abd-el-Kerim, ma prima che
potesse giungervi vicino, questi erasi già sollevato coll'_jatagan_
lordo di sangue fino all'impugnatura, calmo, sorridente, e con un
piede sul corpo del leone che era morto sul colpo.

--Sei ferito?... Tu mi fai paura!

--Non aver timore, Notis, disse Abd-el-Kerim. Il leone è morto senza
che abbia avuto il tempo di toccarmi le carni.

--Tu sei stato pazzo assaltarlo coll'_jatagan_.

--In questa notte e in questo posto avrei lottato con dieci leoni.

Afferrò il suo _mahari_ per la correggia e si diresse a rapidi passi
verso Fathma che si era inginocchiata accanto all'uomo. Notis lo
seguì.

--_Es-selàm-alekom_ (la salute sia con te) disse l'arabo all'_almea_.

Fathma alzò il capo, lo guardò per alcuni istanti con quei due occhi
che fiammeggiavano, si rizzò in piedi e tendendo la sua piccola mano
verso di lui.

--Sei un eroe! gli disse.

--Grazie, Fathma.

L'_almea_ gli si avvicinò ancor più.

--Ah! tu sei quello che vidi a Machmudiech.

--Non t'inganni. Ecco qui il mio compagno.

--Allàh vi compensi del bene che mi avete fatto. Senza di voi sarei a
quest'ora morta.

--E della tua morte non me ne sarei giammai consolato, adorabile
creatura, disse galantemente Notis.

L'_almea_ crollò il capo e un sorriso sfiorò le sue labbra, ma parve
un sorriso amaro, forzato e forse anche ironico.

--Dove ti rechi? le chiese l'arabo.

--Al campo d'Hossanieh.

--Come noi. Mi pare che il tuo _mahari_ e il tuo schiavo sieno morti,

--Il leone li ha uccisi.

--Vuoi salire sul mio _mahari_? È un animale forte e le mie braccia
sono capaci di sostenere il leggero tuo corpo. Vi starai come in un
_angareb_.

--E perchè no sul mio? domandò Notis.

--L'eroe è sempre più forte, disse l'_almea_.

Il greco aggrottò la fronte e strinse le pugna con dispetto.

--Ah! mormorò egli. Eroe!... Lo vedremo, Abd-el-Kerim!

L'arabo salì sul _mahari_, allungò le braccia all'_almea_ e la trasse
in groppa, facendola sedere sulle proprie ginocchia e circondandola
delicatamente colle braccia. Notis da canto suo s'accomodò sulla sella
del suo animale.

--Va, mio nobile amico, disse Abd-el-Kerim, prendendo la correggia a
facendola fischiare nell'aria. Tu sei abbastanza forte per portarci
entrambi.

I _mahari_ ripigliarono la disordinata loro corsa in mezzo alla
pianura, divorando la via con crescente rapidità.

Fathma, abbandonata fra le braccia dell'arabo che talvolta se
l'accostava al petto in modo da sentire i battiti del suo picciol
cuore, non diceva parola. Solo di tratto in tratto girava la testa
verso colui che la reggeva, figgeva i suoi neri e grandi occhi sul di
lui volto, e le sue labbra coralline aprivansi a un sorriso
affascinante.

Abd-el-Kerim, nel sentirla appoggiata così mollemente sulle ginocchia,
nel sentire la lunga e nera capigliatura sferzargli il volto, e
talvolta circondare e arrestarsi intorno al suo collo, nel respirare
l'ardente alito di lei, nel guardarla, provava delle emozioni così
strane, così voluttuose, così dolci, che parevagli talvolta di
sognare. Il sangue gli montava alla testa e gli circolava più rapido
nelle vene, il cuore battevagli febbrilmente, i suoi occhi si
fissarono involontariamente su lei, e, per quanto facesse, non
riusciva a staccarneli.

In mezzo a quelle emozioni che a poco a poco facevansi più forti,
l'immagine abbagliante della fiera Elenka s'oscurava, sfumava,
scompariva. Persino l'immagine di Notis s'abbuiava e cancellavasi, e a
segno che l'arabo credevasi di essere solo con Fathma a percorrere la
pianura.

--Fathma, disse d'un tratto egli, con una voce nella quale suonava un
accento infinitamente accarezzevole.

L'_almea_, nell'udirsi chiamare, si scosse e volse il capo verso di
lui.

--Fathma, dove andrai quando saremo a Hossanieh?

--Perchè? chiese ella.

--Perchè?... Ma...

--Ti interesserebbe forse il saperlo?

L'arabo sussultò e ammutolì.

--Rimarrò in Hossanieh.

Abd-el-Kerim la trasse vivamente sul petto. Egli si chinò verso di
lei, come volesse dirle qualche cosa, ma non ne ebbe il tempo.

--Abd-el-Kerim! gridò Notis in quell'istante.

L'arabo tremò e si volse indietro come se una vipera l'avesse morso.

--Siamo in vista del campo!

Un profondo sospiro uscì dalle sue labbra.




CAPITOLO III.--I due rivali.


Il campo egiziano era piantato in una pianura aridissima, solcata però
qua e là da piccoli ruscelli e sparsa di antichi _bir_ o pozzi, a
pochi passi dalle ultime capanne o _tugul_ del villaggio d'Hossanieh.
Si componeva di un trecento tende, disposte su tre ordini, che si
piegavano cingendo la gran tenda del pascià sulla quale sventolava la
bandiera egiziana, e quelle inferiori ma non meno elevate, degli
ufficiali.

Ottocento uomini, la maggior parte dei quali nubiani e sennaresi, con
pochi pezzi d'artiglieria e una compagnia di basci-bozuk a cavallo,
erano tutti quelli che occupavano il campo, sotto il comando di Dhafar
pascia, uomo agguerrito ed intrepido che conosceva a menadito e
l'Hossanieh e il Sudan, e che si era proposto di raggiungere,
nonostante che il paese fosse battuto da numerose orde del Mahdi,
l'esercito di Hicks e di Aladin pascià che operava verso El-Obeid, la
capitale del Kordofan.

I due _mahari_, appena che ebbero fiutato la vicinanza
dell'accampamento, s'affrettarono ad allungare il passo, sicché pochi
minuti dopo arrivarono alle prime sentinelle, le quali conosciuto in
coloro che li montavano due ufficiali, li lasciarono passare senza
dare l'allerta né chiedere chi fossero.

Abd-el-Kerim s'arrestò dinanzi alle ultime capanne d'Hossanieh.

--Dove vai, Fathma? chiese egli all'_almea_.

--A quella casipola che vedi laggiù sull'orlo di quel campo di
_durah_, rispose Fathma con voce dolce.



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